Intelligenza e deficienza artificiale. Cosa stiamo guadagnando (e cosa rischiamo di perdere)

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Tremendum e fascinans. L’intelligenza artificiale mi affascina e mi preoccupa allo stesso tempo, pertanto valutarne da solo i pro e i contro non è mai un’operazione facile.

Nel giro di pochi anni è passata dall’essere un tema per nerd che fanno conferenze ai collettivi di Scienze a uno strumento di uso quotidiano, utilizzato per scrivere testi, cercare informazioni, organizzare un calendario, programmare software, studiare e perfino conversare.

Dato che oggi l’IA è diventata una questione morale, non solo tecnica – se ne occupa persino il prete e il Papa, a cui ha dedicato l’ultima enciclica, Magnifica Humanitas -, sentivo il bisogno di parlarne con qualcuno che lavora nel settore e se ne occupa un po’ più da vicino. Un informatico

All’inizio di giugno ho fatto una chiamata con un amico di infanzia che oggi vive e lavora in Francia, a Parigi, per un’azienda di software: Alessandro Picardi.

Alessandro fa lo sviluppatore, e ha studiato ingegneria informatica prima a Firenze e poi al Politecnico di Torino. Sviluppa in ambito Microsoft, le sue abilità sono soprattutto SharePoint, Power, Automatic Power Up Database e tutto ciò che ci orbita intorno. Ha messo le mani su vari progetti, e dice che con Copilot, il chatbot di Microsoft, fa a cazzotti praticamente tutti i giorni.

La conversazione con lui mi ha lasciato un sacco di spunti per un’analisi dei pro e i contro l’uso dell’intelligenza artificiale, che vi lascio in questo articolo. 

Intelligenza artificiale: cosa stiamo guadagnando

Efficienza e supporto a chi lavora

Nel suo lavoro di informatico, Alessandro usa l’IA per diverse attività: riassumere una riunione, organizzare informazioni, aiutarlo a scrivere una mail, suggerire la struttura di un documento o fornire uno scheletro di codice. 

Entrambi siamo d’accordo che in molti contesti professionali l’intelligenza artificiale può semplificare processi ripetitivi e altamente burocratici.

Anche nel mondo della scuola e della pubblica amministrazione esistono numerose attività che offuscano l’aspetto didattico e relazionale e che potrebbero beneficiare di una maggiore automazione

Compiti alienanti come l’inserimento dati, la gestione della modulistica o la catalogazione di informazioni e contatti sono esempi di task lavorativi in cui l’intelligenza artificiale potrebbe liberare tempo ed energie da dedicare ad attività più significative, come, banalmente, insegnare.

Intelligenza artificiale, ricerca scientifica e medica

La sorella di Alessandro fa medicina di laboratorio, e nel suo lavoro utilizza un modello di IA che fa classificazione di immagini.

In alcuni ambiti come l’analisi del sangue, o delle urine, c’è bisogno di effettuare classificazioni preliminari di immagini o campioni, e questo modello permette di effettuare un primo screening che viene poi verificato dai professionisti.

Altri usi riguardano la capacità di analizzare grandi quantità di dati e individuare studi e paper pertinenti.

Nel suo saggio Esseri umani, l’autrice Murgia fa un’analisi dei pro e contro dell’intelligenza artificiale. In un capitolo parla dell’uso dell’IA  in certe aree remote dell’India, in una zona dove non c’è un servizio sanitario forte, dove proprio l’uso dell’intelligenza artificiale possa servire a fare una sorta di supporto medico di base.

Strumenti ad alto uso creativo (e distruttivo)

L’intelligenza artificiale è uno strumento, e ogni strumento può essere utilizzato bene oppure male.

Alessandro mi fa esempio di uso per la sua pratica linguistica. Vivendo in Francia e avendo bisogno di praticare il francese, utilizza Copilot: chiede una domanda in francese al chatbot, e il chatbot conversa con lui.

Allo stesso modo, mi capita di vedere persone utilizzare un chatbot per risolvere problemi che richiederebbero pochi secondi di riflessione. Non si tratta di compiti complessi o di richieste avanzate, ma di operazioni elementari che potrebbero essere svolte semplicemente pensando.

È qui che emerge una differenza fondamentale: cercare di usare l’intelligenza artificiale come strumento a supporto del proprio pensiero e della propria creatività, per moltiplicare le nostre connessioni (di spunti, di idee, ecc.). Un po’ come gli scrittori postmoderni vedevano la televisione alla fine degli anni ‘90.

Altrimenti da strumento di aiuto per le nostre facoltà mentali, rischia di trasformarsi in uno strumento di brainwashing.

Negli ultimi anni stanno comparendo sistemi sempre più autonomi, capaci non solo di rispondere alle richieste, ma anche di prendere iniziative, le cosiddette intelligenze artificiali agentiche, cioè dotate di un agency, una capacità di agire.

Assistenti virtuali che organizzano appuntamenti, software che sintetizzano le riunioni di lavoro, sistemi che eseguono procedure senza un intervento umano diretto.

Da una parte tutto questo aumenta l’efficienza, come dicevo sopra. Dall’altra, più i sistemi diventano autonomi, meno lo saremo noi esseri umani.  

Veniamo quindi agli aspetti più critici dell’uso di questa tecnologia.

pro e contro intelligenza artificiale

Intelligenza artificiale: cosa stiamo perdendo

La dipendenza tecnologica

Alessandro spesso si immagina situazioni paradossali: se buttassi via il telefono come posso sopravvivere a Parigi, nel 2026? Cosa faccio?

“Superato il momento di panico iniziale, in realtà posso rendermi conto che senza telefono riesco a muovermi abbastanza bene. Dopo cinque sei mesi che sto qua vado lì alla metro, guardo le fermate”.

Questo però richiede allenamento. Concedersi quello che lui definisce “piccoli snack di noia”. Per un informatico e chi lavora con lo schermo tutto il giorno, ritagliarsi spazi di disconnessione volontaria è fondamentale. 

Come scrivevo in un altro articolo, se oggi vado a farmi una camminata e mi sento meno stressato, che è una cosa facilissima da fare, in realtà è sempre più difficile perché magari usciamo a fare la camminata, ci arriva la mail, la chiamata, magari il contapassi ti dice quanto hai camminato l’altro giorno, hai fatto meno di ieri, è sempre più difficile uscire da quella dimensione tecnologica

Però si può fare.

Solo che l’intelligenza artificiale rischia di acuire la nostra dipendenza dalla tecnologia. 

Privacy e proprietà intellettuale: paradigmi in cambiamento

Secondo Alessandro, la privacy non esiste più come la concepiamo fino adesso.Ogni giorno lasciamo tracce personali sul web: fotografie, messaggi, documenti, preferenze, cronologie. La nostra impronta digitale, la cosiddetta digital footprint, cresce continuamente, e oggi diventa ancora più preziosa, perché può essere usata per allenare i modelli di intelligenza artificiale.

Per quanto possibile, Alessandro suggerisce di mettere sulla rete ciò che vogliamo sulla rete resti, perché molto probabilmente lo farà.

Non significa rinunciare alla tecnologia, ma usarla con più consapevolezza. Bisogna farsi delle domande. Che applicazione di IA sto usando? Chi l’ha fatta? Ha delle tutele? A chi sto affidando i miei dati?

Le domande sono importanti, perché la privacy sta mutando pelle. 

Allo stesso modo, l’IA sta radicalmente cambiando la proprietà intellettuale: ne ho parlato con il caso di Is This What We Want?, il silent album di protesta a cui hanno partecipato migliaia di artisti inglesi famosi.

I sensi dimenticati

Negli anni ‘50, quando l’informatica iniziava a creare il mondo in cui viviamo oggi, ad uno scrittore come Italo Calvino venne chiesto un consiglio da dare ai giovani. La sua risposta fu sorprendente: imparare poesie a memoria.

Un suggerimento apparentemente anacronistico e spiazzante.

Eppure contiene un’intuizione profonda.

L’uso della memoria, la voce, l’oralità e la presenza fisica hanno un valore che nessuna tecnologia riesce a sostituire del tutto.

E che l’autore del Visconte Dimezzato invita a coltivare, a proteggere.

Altrimenti si atrofizza. 

Per Alessandro, gran parte della nostra esperienza tecnologica si concentra solo su due sensi: la vista e l’udito. Guardiamo un video. Ascoltiamo podcast. Leggiamo notifiche. Scrolliamo contenuti sullo schermo.

Il rischio è quello di trascurare, o atrofizzare, gli altri sensi. Il gusto, l’olfatto, il tatto, la percezione del corpo nello spazio. 

Nel suo saggio Le non cose, Byung-Chul Han suggerisce come il pollice che scorre sullo schermo in realtà sia un occhio, un occhio che scorre indisturbato sulle immagini.

La compressione digitale ha molti vantaggi, e altrettanti costi. Uno degli effetti più sottili della tecnologia contemporanea è proprio questo: la tendenza a ridurre la complessità dell’esperienza umana a ciò che può passare comodamente attraverso uno schermo.

Per questo attività semplici come camminare, fare sport, cucinare, ascoltare il silenzio o osservare un luogo assumono un valore insostituibile.

Non perché siano attività nostalgiche, ma perché ci portano fuori dai dispositivi, dentro un unico mondo.

Emozioni e relazioni fuori da uno schermo

Alessandro mi dice che “da quando è arrivata l’IA le persone sono meno felici”. Poi mi racconta una storia semplice e bellissima.

“In questi giorni vado in un bar di portoghesi vicino casa a prendere solo il caffè. Niente telefono. Sto lì, mi siedo. C’è sempre il solito signore. Saluto il barista, mi siedo, c’è il signore che si legge Le Parisien. Posso avere il Parisien e scambiare due parole col signore, col netturbino” 

“Qualche giorno fa si parlava di domenica in una piazza qua vicino. Si parlava della vittoria della Champions del PSG,  hanno fatto macello alla Torre Eiffel e il barista ha detto, a Dauminille i ragazzi si sono buttati nella fontana e era molto tranquillo. Un quartiere molto di famiglie tranquille”.

“Queste informazioni qui io non l’avrei mai presa dai miei social, perché i miei social in questo momento sono tutti focalizzati sugli scontri, sull’episodio della persona morta. In realtà stava tornando in motorino, era già nelle banlieu. Questo tipo di interazioni non le puoi avere col telefono”.

Ci sono esperienze che nascono solo dall’incontro con altre persone. La chiacchierata casuale in un bar. La conversazione con uno sconosciuto. La scoperta di una storia locale raccontata da chi vive nel posto.

Sono momenti che richiedono presenza, del corpo e dell’attenzione, ma restituiscono qualcosa di diverso. Secondo Alessandro si tratta di emozioni positive, e di una forma di conoscenza che la SGE di Google non ti potrà mai dare.

Pro, contro dell’Intelligenza artificiale e Samuel L. Jackson

In questo articolo, nato dalla conversazione di Alessandro, ho cercato di riassumere quali possono essere i vantaggi e gli svantaggi dell’uso dell’intelligenza artificiale.

L’IA è uno strumento potente. Può renderci più efficienti, aiutarci nella ricerca, semplificare il lavoro e aprire possibilità impensabili fino a pochi anni fa.

Allo stesso tempo ci costringe a riflettere su aspetti profondi della nostra umanità: l’attenzione, la memoria. La creatività. Le relazioni. Le nostre facoltà mentali.

In questo sconvolgimento continuo delle certezze, una cosa resta sicura.

La gigantografia di Samuel L. Jackson alle spalle di Alessandro (ascolta la puntata fino alla fine!) non ha reso la conversazione più seria. Ma forse non lo voleva essere fin dall’inizio.

E infine la domanda nel mese, a cui puoi rispondere nei commenti qui sotto.

E tu? Come utilizzi l’IA nella vostra vita quotidiana? Come ti senti da quando la usi? Meglio o peggio? Quali sono secondo te i pro e i contro dell’uso dell’intelligenza artificiale?


Bibliografia

  • Floridi L., Etica dell’intelligenza artificiale. Sviluppi, opportunità, sfide., Milano, Raffale Cortina, 2022.
  • Han B. C., Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale, Einaudi, Torino, 2023.
  • Martin R., Clean code. Guida per diventare bravi artigiani nello sviluppo agile di software, Apogeo, Milano, 2018.
  • Murgia M., Esseri Umani. L’impatto dell’intelligenza artificiale sulle nostre vite, Neri Pozza, Milano, 2025.
  • Spitzer M., Solitudine digitale. Disadattati, isolati, capaci solo di una vita virtuale?, Corbaccio, Milano, 2016.
  • Warner J., More Than Words: How to Think about Writing in the Age of AI, Basic Books, 2025.

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