S. La nave di Teseo: conati da sprofondamento nella finzione

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Una sera ero a farmi una birra fuori con amici, quando l’occhio mi cade su un lettore vorace al centro della sala (piuttosto concentrato nel caos dolciastro del pub), anzi l’occhio mi cade sul libro che legge, talmente scritto e scarabocchiato che ne provo pietà. Il titolo era questo: S. La nave di Teseo.

“Cosa stai leggendo”, chiedo, non senza un tono tale da lasciare intendere un tentativo di motteggio riferito al libro. Il lettore alza lo sguardo, fa spallucce risponde: “beh, è fatto così”.

Di lì a poco vengo a sapere  che quel volume vandalizzato a tal punto da sembrare un punto minuscolo nel catalogo di uno sterminato catalogo bibliotecario dell’altrettanto incommensurabile sistema universitario statunitense, altro non è che una copia (stampata in Cina) di S. la nave di Teseo, il romanzo di J.J. Abrams.

Almeno così mi viene venduto sul momento. 

Sgrano gli occhi.

Molte cose sono mutevoli a questo mondo, ma una è certa:  quando il novello Spielberg mette le mani sopra un prodotto di finzione, il mistero è assicurato. Anzi è spassoso. Il giorno passa, e quel libro mi rimane in testa. 

Facendo qualche ricerca vengo a sapere che Abrams ha messo al più l’idea in questo lavoro (dire la sua idea). Lo “smazzo” di scrittura vera e propria se l’è accollato invece il signor Doug Dorst, egregio professore di scrittura creativa .

Già su un piano “reale” si potrebbe discutere chi sia l’autore del libro.

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Di cosa parliamo quando parliamo di S. La Nave di Teseo

Alla base c’è una storia, La Nave di Teseo, l’ultimo romanzo di VMS, autore fittizio di cui non si sa nulla e che sembra essere stato al centro degli eventi storici del XIX secolo.

Dentro la storia si palesa fin dall’inizio un’altra storia, quella di due lettori (Jen e Eric) che si conoscono attraverso i commenti inseriti a margine o a lato delle pagine.

Dentro questa storia ne nasce un’altra, e così via: fin qui classica meta-narrativa, niente di speciale, soltanto esperimenti incasina-cervelli già ampiamente collaudati con la letteratura postmoderna (Se una notte d’Inverno e un viaggiatore, o I Fiori Blu, giusto per ricordarne alcuni).

Eppure addentrandosi nella lettura (nelle letture?) si capisce che qui c’è qualcosa di inquietante, c’è qualcosa che spesso è…troppo. 

Non mi riferisco alla trama del romanzo, che è inquietante, misteriosa e ben fatta.

È una sensazione di eccedenza, e questo “troppo” viene compreso tra la nausea e l’eccitazione febbrile, tra l’horror vacui della densità della scrittura e la vacuità di una calcolata finzione in cui naviga questo prodotto.

Più di un romanzo, S. La Nave di Teseo è in tutto e per tutto un bene di consumo finito, bello da toccare e da guardare, a metà strada tra un oggetto di collezione e un pop-up per adulti).

Ciò che può provocare una simile sensazione di eccedenza non deriva tanto dalla fitta rete di rimandi, intrecci, sospetti riportata al centro della vicenda/e, né tantomeno da quella manipolazione degli spazi diegetici (intra ed extra) da ingegneria narrativa.

È proprio un dubbio più terra-terra: ma cos’è esattamente quello che sto leggendo? Perché c’è una conseguenza fisica alla lettura, qualcosa che riguarda il packaging.

Perché S. la Nave di Teseo permette di toccare un’iper-testualità cartacea, permette di visualizzare (attraverso il lieve distacco del lettore) quello che altro non è che la nostra attività quotidiana sul web: leggiamo testi, li commentiamo, lasciamo commenti ai commenti. 

Ci fa sentire il peso di queste azioni inconsistenti, quindi è reale, eppure no: è tutto finto!

C’è una disputa feroce sulla paternità dell’Opera, forse più incasinata di quella su Shakespeare: entrano di mezzo traduttori, professori, editori, società segrete. Eppure è tutta finto! C’è un intenso botta e risposta tra un lettore e una lettrice, le cui voci sono rappresentate  da una penna, rispettivamente, nera e blu. E anche questo atto comunicativo, totalmente costruito.

I vari simboli, nomi espressioni ed immagini che entrano in gioco è raro che valgano per sé stesse ma come rimando ad un mondo fittizio, cioè un sistema di relazioni che l’autore (gli autori?) si sono inventati. È il contesto a fare la storia, come il Tlön delle Finzioni  di Borges.

Narrazioni e paradossi identitarie

C’è un tema che raccoglie le varie storie, quella vissuta dal protagonista S., la vita dibattutissima del presunto scrittore Straka e quella dei giovani lettori, persino il titolo dell’opera, ed è il tema dell’identità.

Perché la Nave di Teseo è il nome di un paradosso identitario: è la domanda se la nave dell’eroe greco (un tutto) rimanga sempre sé stessa dopo che nel tempo sia stato sostituito albero, scafo, timone (le sue parti).

Che poi altro non è che una riproposizione del più noto paradosso del Sorite: un mucchio di granelli di sabbia rimane lo stesso se tolgo un granello?

E se ne tolgo due? Dieci venti, infiniti? 

S. la nave di Teseo configura un battaglia tra discreto e continuo, dove il primo riguarda la possibilità che realtà e finzione siano separate, mentre il secondo punto, affatto.

Si possono trarre due differenti conclusioni: o il racconto di una complessità richiede altrettanti supporti complessi e differenti (lettere, brochure, mappe) oltre che registri e linguaggi differenti, e per capire una finzione bisogna dunque immergersi in una finzione più profonda, e guardarla dal basso.

Come quando in Pagemaster le storie dei libri fuoriescono dalle pagine della biblioteca e inghiottiscono Macaulay Culkin, non è che la vicenda diventa più reale, casomai più finte (trans-codificazione da storia scritta a cartone animato. Il tutto all’interno di un film).

Oppure che un mondo di lettere, mappe, note ai margini e testi  (e questa è l’opzione più spaventosa) abbia uno statuto ontologico reale, anzi sia terribilmente reale nella modalità in cui imita gli interventi e le nostre esposizioni all’immaginario e alla cultura digitale.

Dunque S. La nave di Teseo riesce nel suo obiettivo? Sicuramente, e sicuramente fa pensare. Ma può non essere così divertente.


Questo testo è stato pubblicato per la prima volta su Three Faces nell’aprile 2018. L’ho riproposto nell’archivio di Tales from Guidoland per conservarlo insieme agli altri miei scritti.


Bibliografia

Borges, Finzioni, Adelphi, Milano, 2015.

Dorst, Abrams, S. la nave di Teseo, 2014.

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