Ho un ricordo in mente. Era il 2005, una mattina di prima estate.
Era finita da poco la scuola, e avevo accompagnato in palestra il nonno. Salivo per la prima volta su quella macchina da sudore chiamata tapis roulant, e negli schemi che calavano dal soffitto scorrevano le immagini di uno strano cartone animato.
Ma non erano i Pokémon, né i Digimon.
Un giro di basso ossessivo. Quel tizio dai capelli blu suonava la chitarra sull’isola volante. La voce setosa, il ritornello malinconico. E poi i fotogrammi paurosi con i rapper! Non riuscivo a smettere di guardarlo, al punto che il nonno, nel suo inconfondibile accento tosco-salernitano, invano cercava di spiegarmi come correre sul tapis roulant.
Ero completamente assorbito da quel mix assurdo tra anime, rap e MTV.
Quello era il video musicale di Feel Good Inc, il singolo di Demon Days. Un album funky, giocoso ma sinistro, come lo sono le migliori storie per bambini: così l’ha descritto la rivista «Mojo».
Qualche anno più tardi, suonai una cover di questa canzone, con la mia prima band. Nel nostro repertorio schizofrenico, quello era di gran lunga il mio pezzo preferito. “City is breaking down on a camel’s back”, attaccavo a cantare dentro un megafono da manifestazione.
Perché?
Un amico diceva scherzando che i Gorillaz “fanno fare la pace”. Mettono d’accordo tutti. Ti piace il rock? Sì, ma anche il rap. Nel conflitto identitario tra ragazzini, che finisce per coinvolgere inevitabilmente i gusti musicali, i Gorillaz hanno questo potere irenico.
Ancora non potevo saperlo, ma in qualche modo c’entrava la morte.
The digital won’t let me go
Una band fantasma, fatta dai cartoni animati, può suonare qualsiasi genere. E cazzo, quella band non esisteva!
Racconti, prima che suoni. Pezzi di media, prima che performance. E poi, chi li faceva quei featuring. Chi era capace di infilare De la Soul, MF Doom e il London Community Gospel Choir in un disco solo. Roba grossa.
La struttura dei featuring, della collaborazione con vari musicisti, cantanti e turnisti, è sempre stata secondo me al passo con lo spirito dei tempi. Con l’avvento del digitale, non esiste più una struttura stabile per i progetti: regna la precarietà, sorge la crisi. La realtà materiale sembra cominciare a disgregarsi.
Inizia a morire.

“Questo mondo fa acqua”, borbottava il nonno con il suo giornale in mano mentre prendeva un caffè al suo bar di Provincia preferito. “Non si capisce più niente”. Aveva ragione.
Con la globalizzazione, il lavoro viene esternalizzato altrove. Così accade con la musica: quelle dei Gorillaz sono canzoni prodotte su scala internazionale. Fatte da tutti e da nessuno. Una musica che assorbe e ridà vita ai rottami dei materiali sonori sparpagliati per il globo, quello che rap, funk, alternative rock, pop ed elettronica lasciano indietro.
In una parola, world music.
A livello mainstream, non ho memoria di un altro progetto che abbia avuto così tanto coraggio di lavorare ai confini tra i generi. Là dove un’idea musicale rischia di rimanere schiacciata sotto il peso di un’altra, ecco sorgere un contrasto interessante.
Multimedia kill the radio star
D’accordo, le Quattro Scimmie non sono stati i primi cartoni animati a comparire nella musica pop. I Beatles l’hanno fatto. E così anche i Monkees, i Jackson Five, gli Osmonds. Negli anni ‘70, i Kraftwerk spedivano ai concerti i manichini, copie perfette di loro stessi al posto dei musicisti in carne ed ossa.
Ma quando sono nati i Gorillaz, alla fine del millennio, intorno a loro tutto stava vistosamente deperendo.
La scena pop alla fine degli anni ‘90 era invasa da zombie, celebrità e band totalmente costruite dall’industria discografica. Lo stesso indie e il Britpop, dove proveniva Damon con i Blur, era diventato un gesto di posa totalmente guidato da logiche del mercato.

Il ragionamento di Damon è semplice. Se tutto è finto, inflazionato, meglio sparire nell’anonimato, lasciare avanzare le immagini rispetto ai personaggi, alle maschere. Ai nomi altisonanti. La rimozione dell’autore sembra fare avanzare il tasso di immaginazione della propria opera.
Il disegnatore Jamie Hewlett, creatore di Tank Girl, poteva dare forma a quello che Damon aveva in mente. L’idea era quella di creare un progetto musicale completamente animato.
Così sono nati 2D, il clone del cantante malinconico e un po’ stupidotto, Murdoc, il bassista weirdo, Russel, il batterista appassionato di beat rap e la ragazzina super cute, Noodles.
Dal 2000, il mondo musicale prima, l’ecosistema comunicativo e culturale poi, sembra assomigliare ad un album dei Gorillaz: schizofrenico e impalpabile.
Non solo lo star-system, anche i supporti materiali svaniscono. La musica entra nei formati mp3, viene scaricata dalle piattaforme P2P, promossa su MySpace e sui primi social network. Diventa un flusso ininterrotto di streaming, da YouTube a Spotify ad Amazon Music. Il caos totale (o solo una nuova forma di ordine?).
Il duo Albarn/Hewlett diventa testimone di questo grande incastro delle cose. Suono e immagine, da soli, non bastano più. Il suono e l’immagine pervengono all’esistenza, o meglio all’attenzione, quando sono organizzati in un racconto multimediale coerente.
All-in sullo storytelling.
Il raduno dei millennials


Passano più o meno vent’anni. Molti di quei millennials che ascoltavano i Gorillaz da bambini, si ritrovano il 27 giugno 2026 al parco Bussoladomani di Lido di Camaiore, in occasione del festival La Prima Estate.
Guardandomi intorno, faccio una breve parentesi statistica, assolutamente non rigorosa, e fondata sulla mia osservazione dell’ambiente.
Ragazzi, o meglio uomini. Capelli raccolti in una crocchia. Vans e calzini di spugna tirati sù. T-shirt ufficiali e modificate della band, in cui alle Quattro Scimmie viene fatto fare di tutto. Aria sonnolenta, da grafico che ha appena alzato lo sguardo dalla suite di Adobe: aspiranti 2D e Murdoc “dei poveri”.
Ragazze, o meglio donne. In sandali e ciabatte, pantaloncini corti militari grigio scuri, camicia kaki slavata. Pendagli al collo e ricci al vento. Niente borsa, al massimo un marsupio Desigual: cloni sbiaditi di Noodles.
Eccetto qualche bambino, che come Mogwli scorrazza qua e là, la presenza dei millennials è pressoché assoluta. Nessuno e ripeto nessun adolescente. Al che mi viene una domanda: la gen-Z è troppo polarizzata musicalmente e/o inserita in nicchie musicali per poter apprezzare le scosse telluriche ai generi provocate dalle Quattro Scimmie?
Finalmente le luci si abbassano, dal pubblico si solleva un’ovazione. Il concerto ha inizio.
Devo subito dire che l’Intro, il tema di The Mountain suonato con il flauto da questi Gorillaz live, è veramente da brividi. Mi catapulta in una dimensione di sacro e mistero, dove però da ogni parte resta presente in ogni angolo la gioia.
Un caro amico mi fa notare come nonostante questo album nasca da un’esperienza di lutto, la scomparsa dei padri di Albarn e Hewlett, non suoni mai cupo, ma sia sempre pieno di pace.
Ecco che compare Damon: berretto e camicia militare a mezze maniche, una serie di collane e una decina di chili in più rispetto al 2018, l’ultima volta che l’avevo visto sul palco dal vivo in Piazza Napoleone, a Lucca. Un vero animale da palcoscenico deve presentarsi sulla scena con l’abito del personaggio.
Vedendolo, capisco subito che tutto il progetto di rimozione dell’autore è in parte fallimentare. Damon è i Gorillaz, e i Gorillaz sono Damon.
Eccole convocate, lassù sul palco, le muse di Albarn: Herman Hesse nella letteratura, Bertold Brecht nel teatro, Julian Cope e David Bowie per il canto. Una capacità enorme di tenere insieme linguaggi artistici e musicali differenti, e che gli permette di scrivere canzoni brillanti senza usare più di dieci parole.
E quella voce. Dal vivo suona più nasale, meno processata, ma sempre inconfondibile.
Mi scaldo subito.
L’Intro scassato di 19-2000 avanza come un ammasso di ferraglia che sta per rompersi. Come una fionda, il concerto oscilla tra le atmosfere mistiche dell’ultimo album, e la nostalgia dei pezzi di Demon Days con cui sono cresciuto.
Io inizio a cantare, e da qui non mi fermo più fino alla fine del concerto


L’ultimo disco dei Gorillaz: The Mountain
Se i Gorillaz sono nati nell’era della precarietà delle relazioni, The Mountain, il loro ultimo album, abbraccia la precarietà dell’esistenza.
La montagna nella tradizione orientale, induista e buddista, rappresenta il vero volto dell’essere, ciò che resta nascosto all’apparenza dei sensi, ma ne costituisce il fondamento.
La montagna è abitata dagli dei, che ascoltano le voci delle anime che la risalgono. I Gorillaz hanno creato un racconto sonoro di questa ascesa, ed è ragionevole come il tema del vuoto, del fantasma e della morte, siano i veri protagonisti di The Mountain.
Albarn sembra più un evocatore di spiriti che il leader della band, curatore del proprio disco che va a sedersi vicino al fuoco per ascoltare la sua musica mentre viene eseguita da altri.
Ci sono le voci di chi, resuscitato da un campionamento, continua la performance, come Proof, Tony Allen e lo storico collaboratore Bobby Womack. Ma non solo. Tagli di registrazioni, auto-citazioni di vecchie canzoni, tutte strategie per costruire un Altrove, un altro mondo, e dargli consistenza.

Qualcuno potrebbe definirla escatologia, la scorciatoia di chi delinea un mondo altro per fuggire da questo, ritenuto più brutto e meno desiderabile dell’altro.
Non sono d’accordo.
La mia lettura, suggerita dall’ascolto, è questa: la musica ha una sua forza, la forza di aprire uno squarcio nella parete del qui ed ora, e proiettarci Altrove.
Quando parlo di Altrove, non intendo necessariamente un altro mondo, ma anche questo mondo, quello reale in cui viviamo con i cinque sensi.
Finisco Altrove quando cammino in montagna per ore e la mia mente si abitua alla calma e alla ripetitività del passo.
Finisco Altrove quando ascolto un brano, magari per la terza volta, noto un dettaglio che prima non avevo sentito e mi sorprendo tanto che quasi mi sembra di vedere un fantasma.
Chissà. Forse dopo aver raggiunto certe vette spirituali, The Mountain sarà l’ultimo album dei Gorillaz, una sorta di addio? Per Albarn doveva finire già tutto con Demon Days, nel 2005.
Racconti transmediali (e ultraterreni)
Invece nel 2010 esce Plastic Beach.
Mi era piaciuto così tanto che al liceo avevo disegnato sul mio zaino con l’Uniposca il logo dell’album, con quei caratteri giallo acido sciolti al sole. Il nonno mi guardava uscire di casa, mani dietro la schiena, pensando: dunque è così che sono gli uomini di oggi.
Andavo a scuola ascoltando di continuo Plastic Beach, e i canti onirico-ambientalisti dell’album mi suonavano nelle cuffiette dell’Ipod come la colonna sonora di un film immaginario.
La capacità di compattare la musica intorno ad un tema o un’esperienza, l’abilità di far impennare l’hype dei loro eventi verso il cielo – dal debutto al Camden Brownhouse nel dicembre del 1999, alla storica performance agli MTV Awards di Lisbona del 2005, in cui portarono il primo live olografico e in 3D della storia – fanno dei Gorillaz un progetto che è sempre stato all’avanguardia nella comunicazione e nella promozione (e una mente un po’ cattivella potrebbe ridurlo a questo).

Ogni nuovo album delle Quattro Scimmie ha creato uno studio di caso per le campagne di marketing. Per il lancio di The Mountain i Gorillaz hanno realizzato una campagna promozionale attraverso un’esperienza immersiva che ha coinvolto la street art di Londra e Spotify.
Con i Gorillaz si può pienamente parlare di storytelling transmediale. I loro album sono mondi narrativi da attraversare, tessere di un racconto da seguire tra media e piattaforme diverse, e le loro canzoni piccole finestre affacciate su un grande fondale colorato.
In questo caso l’Altrove, la dimensione d’immaginario creata dalla cartoon band, trasferisce carattere e identità a ciò che è seriale ed inerte, il prodotto industriale: playlist, magliette, fumetti e videogame entrano a far parte di un unico universo di significati.
Da un lato il progetto di Albarn e Hewlett richiama la forma più vera del vasto ecosistema comunicativo, immateriale e sclerotizzato, un Re nudo, dove il lato artistico viene subordinato a logiche prettamente promozionali.
Dall’altro, questa impalcatura riesce a rivelare tutta l’inconsistenza, il vuoto che c’è sotto, il frizzio di scariche elettriche che resta nell’aria a brano terminato.
Up on melancholy hill, there is a plastic tree

Dino Buzzati ha scritto un bellissimo racconto, Le montagne sono proibite.
In un paesino, tutte le finestre che danno verso le montagne sono state sbarrate. Gli abitanti sanno che ci sono le vette lassù, ma si sono rassegnati. Non si possono più guardare.
In questa epoca di prevedibilità algoritmica, di consumismo e conformismo, la trascendenza, o l’aspirazione verso l’Altrove, viene scoraggiata.
Quando però qualcosa esce dalla vista, dalla disponibilità immediata dei sensi, il desiderio aumenta.
Come ricorda anche Mark Fisher, che sui fantasmi che infestano la cultura ha scritto parecchio, un desiderio senza nome diventa ancora più potente e reale di un altro che invece il nome ce l’ha già.
La morte ha un potere enorme, quello di farci desiderare o immaginare una dimensione oltre la presenza del corpo. Tutto nei Gorillaz viene da Altrove: i loro personaggi, le loro musiche, i featuring con musicisti e rapper da Ovunque e Nessun Luogo. Ascoltandoli, si avverte un desiderio incessante di correre, aspirare. Appartenere.
It feels like I’ve been silent running
Silent Running (2023)
Through the infinite pages, I scroll out
Searching for a new world
Io credo che sia questo desiderio a farci continuare a fare musica, anche oggi, quando le montagne sono proibite. Albarn suggerisce che nella musica, appena viene raggiunto un canone, una regola o un codice, immediatamente si scorgono centinaia di possibilità, migliaia di altri codici. Perciò dichiara:
“music is infinite and that’s why, for me, it’s a life-long journey.”
La musica è infinita, ed è un viaggio che dura una vita intera.
La voce di Damon e le Quattro Scimmie mi hanno accompagnato dall’infanzia fino all’età adulta. Quest’anno, poco dopo l’uscita di The Mountain, mio nonno se n’è andato, e quando al concerto i Gorillaz hanno suonato Orange County, ho rivisto le mattinate passate insieme.
Ho risentito la sua voce, le cose che mi ha detto. Quando non ci siamo capiti, e a quanto abbiamo riso e scherzato insieme. Mi manca? Certo. Ma basta una canzone, forse neanche quella, e lui c’è ancora.
Sta tutta qua la forza dell’Altrove.
Bibliografia
Buzzati D., Paura alla scala, Mondadori, Milano, 2019.
Giovagnoli, M. (2017). Transmedia Way, Maggioli Editore.
Fisher M., The weird and the eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, Minimum Fax, Roma, 2018.
Fisher M., Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici. k-punk/1, Minimum Fax, Roma, 2020.
Kunz T., Wilde L. R.A., Transmedia character studies, Routledge Advance, 2023.
Roach M., Damon Albarn: Blur, Gorillaz and Other Fables, 2015.
Wiedemann J. (a cura di), Jamie Hewlett. 45th Ed., Taschen, Colonia, 2020.
Discografia
Gorillaz – Demon Days (2005), Plastic Beach (2010), The Mountain (2026).




