A nove anni mi piaceva fare questo giochino. A tavola, dovendo versare l’acqua nei bicchieri, la rovesciavo a tutto foco per poi fermarmi ad un nanometro dall’orlo. Non so come abbia sviluppato questa perversione maligna: ero un enfant prodige o solo un bambino coglione? Naturale che abbia preso una laurea in filosofia.
Di certo adesso non lo so più fare. I miei genitori strabuzzavano gli occhi ogni volta che lo facevo: “non andare a tutto foco”, dicevano. E io giù, preciso come un killer, senza fare schizzi.
Da grande questo superpotere inutile si è trasferito in un’attività apparentemente diversa: prendere più di una laurea in filosofia.
In comune con l’attività precedente c’è che spesso fa strabuzzare gli occhi delle persone.
“Studio filosofia”. Toh, e occhi strabuzzati.
Questo non mi piace, quando le persone calano un giudizio solo con il corpo, senza parole. l miei genitori però non lo hanno mai fatto. Hanno cercato sempre di incoraggiarmi, e di farmi capire di non aver paura ad affrontare un percorso che era soltanto mio.
Un sussidiario
Sempre a nove anni sfogliavo in classe un sussidiario scarabocchiato. E su quelle pagine scorrevano le città, e poi i paesi, i continenti, la terra e infine il sistema solare. E dopo il sistema solare…già, che c’era dopo? Ricordo questa illustrazione, per altro molto brutta, con gli otto pianeti messi uno di fianco all’altro, alla stessa scala.
Lì ho pensato: “credo di avere sotto controllo tutto quello che ho imparato. Mi basta un disegno per averlo sotto gli occhi”.
Era soddisfatto, ma la stessa illustrazione mi rendeva sospetto: ecco un altro superpotere inutile, che aveva una forza nella stessa misura in cui lo credevo forte. In cui credevo che il mondo se ne stesse bello chiaro e stampato davanti al mio naso.
È stato in quel momento che ho intuito cosa fosse la filosofia. E che fosse un potere: così scomodo, ma così utile per salvarci dall’infinita boria.
Cioè sapevo un fico secco di cosa fosse, ma in qualche modo lo sapevo.
Sant’Agostino al mare
Forse è un po’ come la storia di Sant’Agostino e l’angelo.
Un bambino gioca in riva al mare, cercando di riempire con l’acqua un secchio. Il santo passa di lì, e gli domanda un po’ altero: “che cosa speri di fare?”. E il bambino gli risponde che sta cercando di mettere il mare dentro il secchio.
Allora il santo fa spallucce. Lui è un santo illuminato dalla conoscenza, l’altro solo un bambino.
Ma quel bambino di colpo diventa luce pura: è un angelo. Volando via, demolisce il santo:
“E tu che speri di fare entrare Dio nella tua testa?”
Queste operazioni inutili e necessarie, notti insonni, acqua sprecata e trattenuta, occhi strabuzzati, occhi che guardo ancora, cambiamenti di fronte, occhi spariti oltre la linea dell’orizzonte, mi dico: ecco il mio potere.
Passare questi anni “a tutto foco”, senza aver paura.




