La parola mancante. Lavoro sommerso e forme di autogoverno a scuola

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Questo mese vorrei parlare di un tema che a me sta molto a cuore. Parleremo di scuola, ma non solo. Parleremo di com’è organizzato oggi il lavoro scolastico, e in particolare del lavoro sommerso degli insegnanti

Intanto preciso che intendo parlarne perché non credo sia un tema da addetti, ma anzi, possa riguardare tutti, tutti noi che siamo stati studenti e chi lo sarà un domani. E poi perché tocca una prospettiva più ampia, generale, cara al progetto di questo spazio narrativo.

Oggi il lavoro culturale assume una doppia faccia, e questa doppiezza ha un peso, spesso gravoso, oneroso. Sì, nel caso della scuola anche sulle tasche dei cittadini. Ma ha un peso sicuro sulla motivazione di chi intende occuparsi di cultura, scrittura, insegnamento e divulgazione.

Oggi con me c’è Matteo Fabrizi, amico di cui ho grande stima, ferreo pensatore, funzionario presso il Ministero dell’Economia e Finanze, e studente laureato fresco di una seconda laurea in Relazioni del Lavoro con una tesi proprio sull’amministrazione scolastica. Intanto lo saluto, poi avremo modo di conoscerci meglio.

lavoro sommerso insegnanti

Cosa non si vede: il lavoro invisibile a scuola

TFG: Ciao, Matteo. Io ho una subito domanda per te, semplice semplice, giusto per rompere il ghiaccio. Prova a tornare un attimo in classe, da studente. Cosa vedevi del lavoro dei tuoi insegnanti… e cosa invece ti sfuggiva completamente?

Matteo: Grazie Guido per avermi ospitato in questo spazio. In realtà fino a quando sono stato studente non ho mai capito bene come funzionasse il gioco, guardavo sempre la prospettiva degli insegnanti dal lato di un utente di una persona che segue i corsi o che comunque studia. Quando poi sono andato al lavoro ho capito che c’era tutto un mondo sommerso dietro. Da qui mi sono domandato quale fosse il ritmo, quale fosse il mondo di gestione dell’insegnamento e che permette agli insegnanti di fare quello che devono fare. Ed è venuto fuori che in realtà ci sono tanti problemi, problemi che attribuiamo ingiustamente alla didattica, ma che in realtà sono problemi puramente organizzativi.

TFG: Venendo a oggi. So che ti sei messo a spulciare i dati del ministero, e che hai nel tuo lavoro di tesi hai scoperto quale sia il problema più grande della scuola italiana…

Matteo: (ride). Intanto posso dirti che in questo lavoro ho deciso di lasciare da una parte i contenuti dell’insegnamento (piani, programmi, metodi educativi) e di indagare l’organizzazione della scuola pubblica italiana. Effettivamente sì, ho scoperto che c’è davvero un problema, un problema bello grosso di lavoro sommerso degli insegnanti, e questo sottrae tempo all’insegnamento

Definizione di lavoro sommerso

TFG: Possiamo provare a definire cosa sia questo lavoro sommerso?

Matteo: Per lavoro sommerso degli insegnanti si intende tutto quell’insieme di attività che non rientrano formalmente nelle ore di lezione, ma che fanno comunque parte del lavoro. Parliamo soprattutto di attività amministrative e burocratiche che si aggiungono alla didattica.

TFG: Quindi non si tratta solo di correggere compiti o preparare lezioni, giusto.

Matteo: Esatto. Il contratto distingue tra attività di insegnamento e attività funzionali all’insegnamento. Queste ultime comprendono una gamma molto ampia di compiti: programmazione, progettazione, valutazione, partecipazione agli organi collegiali, preparazione di documenti, rendicontazioni.

TFG: E queste ore come vengono conteggiate?

Matteo: Qui sta uno dei punti centrali: non vengono conteggiate in modo preciso. Gli insegnanti non timbrano e il contratto stabilisce le ore di lezione, ma non definisce chiaramente il monte ore totale. Questo significa che una parte consistente del lavoro resta non tracciata e difficilmente quantificabile.

Perché il lavoro invisibile tende ad aumentare

TFG: Se questo lavoro c’è ma non si vede, c’è il rischio che si espanda?

Matteo: Sì. Proprio perché non è rigidamente delimitato, il lavoro può crescere nel tempo. E infatti i dati mostrano che è quello che sta accadendo. Secondo il TALIS 2024, gli insegnanti in Italia dichiarano in media 32 ore settimanali, con un aumento rispetto al passato. Altri studi, come quello dell’OCPI, arrivano a stimare circa 36 ore settimanali, di cui metà non direttamente legate all’insegnamento. Altre indagini ancora più dettagliate mostrano anche come si distribuisce questo tempo: lavoro a casa, riunioni collegiali, comunicazioni con famiglie e studenti, supporto a distanza, collaborazione con il dirigente. Tutte attività che si sommano alla didattica.

Il peso della burocrazia nel lavoro a scuola

TFG: Le attività dell’insegnante oggi non riguardano più solo l’insegnamento, ahimè. Tra queste attività, qual è quella che secondo i dati risulta più problematica?

Matteo: I dati sono molto chiari: la principale fonte di stress è il carico burocratico. Nel TALIS 2024 riguarda il 56% dei docenti, ed è in forte aumento rispetto agli anni precedenti. Anche le indagini locali confermano questa tendenza.

TFG: Perché proprio la burocrazia pesa così tanto?

Matteo: Perché spesso si tratta di richieste numerose, eterogenee e talvolta anche contrastanti. Questo è un segnale di inefficienza organizzativa: quando non è chiaro chi deve fare cosa, le attività tendono ad accumularsi. E poi gli insegnanti giustamente sono preparati per fare gli insegnanti, non per fare gli amministrativi, quindi è chiaro che si trovano spesso a gestire un lavoro per cui né sono preparati né hanno voluto mai fare di fatto quindi questo crea inefficienza.

La causa del problema e una proposta di soluzione: separare didattica e amministrazione

TFG: Entriamo nel problema dell’organizzazione della scuola e nel tuo lavoro di tesi. Ci puoi dire qual è la tua proposta che fai per poter risolvere questo problema del lavoro sommerso degli insegnanti?

Matteo: Il problema è collegato all’autonomia scolastica. Quando si passa da un sistema centralizzato a uno più autonomo, le singole scuole devono gestire internamente molte attività che prima erano centralizzate.

TFG: Quindi l’autonomia per com’è oggi invece che semplificare aumenta il carico di lavoro?

Matteo: Sì, soprattutto se non è accompagnata da una struttura amministrativa adeguata e da una chiara distinzione dei ruoli. In questi casi, le attività di supporto finiscono per ricadere sui docenti. La soluzione, secondo me, è quella di rafforzare l’autonomia scolastica, cioè creare una struttura politica veramente autonoma degli insegnanti che devono eleggere il proprio preside come una figura politica e creare una struttura amministrativa gerarchica separata con un proprio vertice. Un dirigente amministrativo in senso stretto che si occupi di fare supporto all’insegnamento.

Un esempio concreto: il caso del sostegno

TFG: Hai un esempio di questa dinamica disorganizzata?

Matteo: Sì, il caso del sostegno agli studenti con disabilità è indicativo. Nelle università esistono strutture amministrative dedicate che si occupano di contattare le USL, contattare e i vari enti fare i programmi, gestire in qualche modo la corrispondenza. Gli insegnanti ci sono, ma sono dei referenti, dei punti di contatto tra il ragazzo e l’amministrazione. Ovviamente poi gli insegnanti devono occuparsi didatticamente dell’inserimento, ma quello è un altro lavoro. Tutta questa cosa che nell’università è fatta dagli amministrativi deve essere svolta nelle scuole dagli insegnanti di sostegno. Quindi hai un insegnante di sostegno che è non solo insegnante, ma anche risorsa amministrativa e istruttore funzionario. Possiamo immaginare quanta disorganizzazione può nascere di fronte a delle persone che sono state formate per insegnare e poi si devono occupare di fare di fatto un altro lavoro parallelo rispetto a quello per cui sono state assunte.

La mancanza di autogoverno a scuola

TFG: Se dovessi riassumere, qual è il cuore del problema del lavoro sommerso degli insegnanti?

Matteo: Il lavoro sommerso degli insegnanti nasce da tre fattori principali:

  1. l’aumento delle attività
  2. il peso crescente della burocrazia
  3. l’ambiguità organizzativa.

Alla base c’è una mancata separazione tra indirizzo politico e gestione amministrativa, che a livello individuale diventa una mancata distinzione tra insegnamento e attività di supporto.

TFG: Quindi, se ho capito bene, non è solo un problema di carico di lavoro, ma proprio di struttura.

Matteo: Esattamente. È un problema organizzativo prima ancora che quantitativo, prima del “come” che del “cosa”, ed è quello che ho cercato di affrontare nel mio lavoro di testi, La parola mancante.

TFG: Io so che nella tesi hai individuato una causa precisa ed una cura a tutto questo. Ce ne puoi parlare brevemente?

Matteo: Quello che ho cercato di fare è dimostrare come un fenomeno come il lavoro invisibile nella scuola sia in realtà un effetto, l’effetto di una mancanza di autogoverno nella scuola italiana. Io credo che sia necessario separare politica e amministrazione, creare due vertici, uno sia eletto internamente dai lavoratori. Questo succede già nelle Università, con Rettore-Senato Accademico-Consiglio di Amministrazione (organi politici) e Direttore Generale-Rettorato-Dipartimenti (struttura amministrativa).

Nelle scuole questo non avviene, perché abbiamo un vertice unico, il dirigente scolastico, che è un mix tra un Rettore e un Direttore Generale, su un organigramma tendenzialmente unitario. Gli insegnanti dovrebbero poter eleggere il proprio preside/vertice di istituto. Conseguentemente dovrebbero darsi uno statuto e avere forme di reclutamento non centralizzate. La mancanza di queste tre cose si può chiamare con una parola, l’autogoverno. Questa mancanza, ripeto, non è solo una mancanza teorica, ma qualcosa di reale con conseguenze reali, sia come ingiustizie nel rapporto di lavoro sia come sprechi di risorse che tutti, inconsapevolmente, paghiamo.

TFG: Quindi, se ho capito bene, la mancanza di un autogoverno nelle scuole crea, secondo te, i problemi a cascata, tra cui il lavoro sommerso degli insegnanti, i problemi del reclutamento, la mobilità, ecc..

Matteo: Esatto, è così.

Mobilità e reclutamento: altri effetti della disorganizzazione

TFG: Riguardo agli altri effetti della mancanza di autogoverno, come reclutamento e la mobilità. Una volta ho scritto il resoconto tragicomico di un concorsista che vaga a giro per l’Italia in cerca di una cattedra. Chi è stato studente o oggi è un genitore lo sa, avrà percepito il problema di mobilità del personale, c’è un gran viavai di persone si spostano di continuo. Gli insegnanti magari arrivano in cattedra anche a dicembre, mentre le segreterie si svuotano e si riempiono ogni anno. Perché?

Matteo: Allora rielaborando i dati del MIM, su 10 lavoratori della scuola, più di 3 mediamente cambiano sede ogni anno. Significa che paghiamo 10 persone per averne disponibili 8: uno spreco di risorse indiretto. Perché accade questo? C’è uno sfasamento tra organizzazione scolastica (autonoma) e reclutamento del personale (centralizzato, ministeriale). Come si fa a risolvere il problema? Secondo me attraverso una forma di autogoverno delle scuole, concedendo ad esempio una forma di reclutamento autonomo a scuole o gruppi di scuola.

TFG: Matteo io ti ringrazio infinitamente di essere venuto oggi qua nella puntata perché secondo me c’è bisogno davvero di di persone che si spacchino il cervello su queste questioni che possono sembrare distanti noiose ma che veramente possono cambiare anche quello che è la vita di tutti i giorni e l’esperienza della scuola di studenti e insegnanti.

Matteo: Guido, grazie a te per avermi invitato comunque. Questi non sono argomenti facili e rischiano anche di essere argomenti noiosi, un po’ tecnici, no. Però io personalmente ci credo veramente in questa cosa, cioè nell’idea per cui lavorando sull’organizzazione scolastica, sul modo di lavorare, si possa veramente fare la differenza. Ma questa differenza non serve solamente per risolvere i problemi. Più che altro per lasciare gli insegnanti liberi di insegnare. Avere un buon rapporto di lavoro, essere più sereni e quindi fare un lavoro che poi possa avere degli impatti ancor più positivi sui ragazzi. Perché alla fine quello che importa veramente sia a me che a te sono i ragazzi. Quello di poter dare alle persone più giovani una buona scuola, un buon futuro. E queste due cose insomma dati i tempi che corrono, sono cose di cui abbiamo particolarmente bisogno.

Oltre la scuola: il problema del lavoro invisibile oggi

TFG:. A me piace chiudere il contenuto con una domanda, a cui chi ascolta o legge il contenuto può rispondere nei commenti. Io credo che ci sia oggi in ogni ambito lavorativo una parte di lavoro invisibile, quello che Ferraris in Documanità definisce come “arcano del lavoro”, cioè un lavoro che esiste ma non si vede.

Pensa al lavoro comunicativo e  micro-gestionale che facciamo tutti, più o meno nelle nostre mansioni (posta elettronica, moduli, ecc.), e che viene ritenuto come scontato, ma che non lo è affatto, quel lavoro che insomma fai per far vedere che stai lavorando. Io lo chiamo “il meta-marketing”, poi magari su questo ci vorrei fare un contenuto apposito. Dunque: non credo che la scuola sia l’unico ambito di lavoro sommerso. Qui mi appello alla tua parte meno amministrativa e più da pensatore.

Secondo te ci sono tanti lavori invisibili anche magari nei lavori d’ufficio o in altri tipi di lavoro, secondo te? Cosa ne pensi?


Matteo: Potrei cercare di fare una riflessione generale su cosa sia il lavoro amministrativo l’organizzazione del lavoro in sé. Io penso che la nostra vita sia fatta di tante cose routinarie. Va bene, c’è la vita di base, è ripetizione e routine. Il lavoro è un po’ lo specchio carrozzato, retribuito di questa abitudinarietà.

Saper gestire bene questa forma di ripetizione che è l’organizzazione del lavoro e che crea o carico o scarico di lavoro è fondamentale perché senza un occhio a questo aspetto molto banale tutto il nostro modo di vivere rischia di essere influenzato perché noi il nostro modo di pensare è influenzato da quello che facciamo.

Se facciamo una ripetizione sbagliata delle nostre azioni, pensiamo male, e poi quindi stiamo male e rischiamo di fare delle scelte sbagliate perché influenzate da queste situazioni. Se ciascuno cercasse di guardare meglio questa prospettiva, potrebbe lavorare e sistemare questi elementi con effetti importanti, sul proprio benessere interiore.



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