Ci mettiamo a fare musica con un obiettivo in testa: un concerto, un disco, un brano da pubblicare. Questo genera competitività e forte stress, e alla fine, prima o poi, la domanda sorge spontanea: perché continuare a fare musica?
Perché continuiamo a dedicare tempo, energie, esperienze a questa che per alcuni è una grandissima passione, per altri è una ragione di vita?
Ne parlo con Lorenzo Mozzetti, in arte Midèn, che ci offre una testimonianza preziosa su questa passione e sul lavoro del musicista oggi.
Perché facciamo musica?
Midèn ha ventitré anni, e da tre anni porta avanti il suo progetto di cantautorato a Firenze, la città in cui è nato e cresciuto. Ma il suo rapporto con la musica è iniziato molto prima: suona il pianoforte da quindici anni e da circa sette scrive e canta le proprie canzoni.
Dopo essere partito dalle cover di artisti internazionali, durante gli anni del liceo si è avvicinato al cantautorato italiano, trovando progressivamente una voce personale.
Anche il nome Midèn, che in greco significa “zero”, racconta qualcosa di questo percorso. Lo zero è per lui un punto di partenza, ma anche un modo per ricordarsi di non perdere il legame con le proprie radici mentre cerca di andare avanti.
«Quando si fa musica credo che ci si stacchi sempre un po’ troppo dal punto dove siamo partiti. E questo molto spesso genera un senso di perdita. Io, attraverso il mio nome e attraverso la musica, voglio cercare di preservare quello che sono stato e l’ambiente in cui sono cresciuto.»
Oggi Midèn suona soprattutto in piccole realtà fiorentine, tra open mic, jam e serate, e sta costruendo una propria band dopo aver portato avanti a lungo il progetto in acustico.
Intorno a lui cominciano così a radunarsi persone, musicisti e collaborazioni (tra cui ricordo quella con il rapper Summa, anche lui passato da queste parti).

Ma costruire un progetto musicale duraturo nel tempo non è un’operazione istantanea. E cosa ci fa alzare la mattina e decidere di continuare a fare musica quando i risultati sembrano ancora lontani?
La risposta di Midèn è tanto semplice quanto sibillina:
«Quello che mi manda avanti è la musica, e quello che mi tira indietro è la musica.»
Perché il musicista emergente, oggi, spesso si trova a fare tutto da solo.
«Devi essere il tuo manager, il tuo social media manager, devi essere la tua band, devi essere il tuo A&R, il tuo scooter, tutto quanto. Devi fare tutto.»
E così la musica diventa contemporaneamente ciò che ci spinge ad andare avanti e una delle cose che può renderci più difficile farlo. La solitudine, soprattutto per chi sta ancora cercando il proprio spazio, diventa parte integrante del percorso.
Quando la musica diventa un’ossessione
Chi inizia a suonare, di solito, ha un’immagine con sé, un sogno.
Registrare un brano. Fare un disco. Ottenere un concerto importante. Creare un pubblico. Raggiungere un certo numero di ascolti. Sognare di vivere di musica.
Sono obiettivi legittimi. Il problema nasce quando durante il percorso smettiamo di vedere la strada e ci fissiamo soltanto con punto d’arrivo.
Midèn conosce bene questa sensazione. Per molto tempo ha guardato alla musica attraverso ciò che non aveva ancora fatto. Come una mancanza.
Intorno a lui vedeva colleghi che pubblicavano, persone che trovavano produttori, etichette, occasioni. E ogni risultato degli altri sembrava diventare la misura di ciò che mancava a lui.
La musica, così, rischia di trasformarsi in una gara.
È qui che entrano in gioco competizione, invidia e frustrazione. Non necessariamente come sentimenti negativi in sé, ma come conseguenza di un meccanismo molto semplice: se il nostro obiettivo è arrivare da qualche parte, ogni persona che sembra essere più avanti di noi diventa la prova che siamo indietro.
A un certo punto, però, Midèn ha trovato un modo diverso di guardare al proprio percorso: i Capitoli.

Midèn soffriva di avere ancora inedito Il mare ci guarda, un brano che aveva prodotto tre anni prima e che non era mai stato pubblicato. La cosa lo pesava particolarmente perché intorno a lui vedeva amici musicisti che, in un modo o nell’altro, erano già riusciti a far uscire almeno un brano.
«È come se non fossi mai stato veramente da nessuna parte.»
Pubblicare semplicemente il pezzo non gli bastava. Non voleva limitarsi a comunicare che a mezzanotte sarebbe uscito un brano su Spotify. Voleva costruire qualcosa che desse un senso a quella pubblicazione.
Da qui è nata l’idea dei Capitoli: una serie di racconti, immagini, video e contenuti attraverso cui accompagnare il pubblico dentro il proprio progetto musicale.
E da lì qualcosa è cambiato.
Tutto e niente. Il lavoro invisibile del musicista
C’è un aspetto che oggi rende il rapporto con la musica particolarmente complesso: il musicista non fa più soltanto il musicista.
Dopo la canzone ci sono a promozione, i social, i video, la grafica, la comunicazione, l’organizzazione dei concerti. Bisogna raccontarsi, costruire un’immagine, mantenere un rapporto con il pubblico e contemporaneamente continuare a produrre musica.
Midèn vive questa situazione anche attraverso lo sdoppiamento tra Lorenzo, la persona, e Midèn, il progetto artistico.

È qualcosa che comprendo bene anch’io. Perché anche io sono Guido e, contemporaneamente, sono Tales from Guidoland. Non è soltanto una questione di nome o di pseudonimo: è un’identità creativa che prende una parte di noi e la porta in un altro spazio.
Ma quello spazio richiede tempo. Energie.
E soprattutto rischia di diventare talmente importante da farci lasciare in secondo piano la persona che lo sta costruendo.
Midèn racconta di aver attraversato proprio questa fase, fino a sentirsi contemporaneamente tutto e niente.
Tutto, perché nella costruzione del progetto, da solo, aveva imparato a fare moltissime cose: scrivere, produrre, editare, comunicare, utilizzare strumenti e software, creare contenuti.
Niente, perché tutto questo non gli sembrava mai abbastanza.
È una contraddizione che può diventare particolarmente pesante quando il progetto creativo dipende quasi interamente da una sola persona. E forse è qui che diventa importante distinguere il valore di ciò che facciamo dal riconoscimento che riceviamo.
I cento brani e il problema del partire
Midèn ha scritto decine e decine di brani. Eppure scrivere una canzone e farla uscire sono due cose molto diverse.
Dentro il cassetto una canzone può ancora essere perfetta. Può aspettare il momento giusto, il produttore giusto, il video giusto. Il pubblico giusto.
Fuori dal cassetto, invece, diventa reale.
Può essere ascoltata e ignorata. Può piacere o non piacere. Ricevere poche o nessuna visualizzazione. Può essere confrontata con quella degli altri.
E allora si rimanda.

Anche questo è un tema che sarebbe interessante sviluppare parlando di creatività: quanto tempo perdiamo aspettando di essere pronti?
Nel caso di Midèn, la svolta è arrivata quando ha smesso di chiedersi quale risultato avrebbe prodotto ciò che stava facendo e ha iniziato a chiedersi se gli piacesse farlo.
I Capitoli gli hanno permesso di imparare nuove cose, sperimentare con il montaggio, costruire una narrazione, giocare con i testi e con i suoni, osservare le reazioni del pubblico.
E soprattutto di divertirsi.
«Qualunque fosse stato l’obiettivo, a me non importava, perché io già ero compiaciuto. Già sapevo che quello che stavo facendo mi rendeva molto felice.»
È un passaggio fondamentale.
Perché non significa smettere di avere obiettivi. Significa non delegare la propria felicità al momento in cui quegli obiettivi verranno raggiunti.
Successo e felicità
Ci sono artisti che, almeno apparentemente, hanno ottenuto quello che molti musicisti sognano.
Il successo, però, non sembra mettere necessariamente fine alle loro emozioni negative.
Midèn racconta la storia di artisti come Lorenzo Fragola, Blanco, Angelina Mango e Ditonellapiaga. Storie diverse, accomunate almeno da un aspetto: dietro la visibilità, i sold-out, continuano a esserci persone alle prese con aspettative, incertezze, dubbi e desideri.
Sono storie molto interessanti, che ti invito ad approfondire ascoltando la puntata.
Ad esempio Ditonellapiaga, racconta Midèn, ha parlato pubblicamente sui social della frustrazione e dell’invidia che ha sofferto nei confronto di altri artisti percepiti come “più” di lei.
È un’emozione che può sembrare paradossale: com’è che un’artista del suo calibro può essere ancora invidiosa degli altri?
Eppure è proprio questo il punto.
Sogniamo continuamente quello che non abbiamo. E nel frattempo rischiamo di non vedere quello che abbiamo già costruito.
“Forse la felicità arriva quando smetti di inseguire l’obiettivo e il successo, ed inizi a capire cosa ti restituisce davvero la musica, quando la musica ti porta dove non immaginavi neppure all’inizio”
Il pesce di Inside Out e David Foster Wallace: essere dentro l’acqua
Uno dei passaggi che più mi ha colpito della conversazione è arrivato quando Midèn ha raccontato il settimo dei suoi Capitoli.
Il tema è quello dell’essere tutto e niente.
Come dicevo sopra, Lorenzo è anche Midèn. È il musicista, il produttore, il progetto, il genere musicale, le persone con cui collabora, gli strumenti che utilizza.
Ma può anche sentirsi niente, azzerato dal confronto con gli altri.
Per raccontare questa sensazione, Midèn si è ispirato a Soul, il film Pixar, e soprattutto alla celebre storia dei due pesci che chiedono a un pesce più anziano dove sia l’oceano.
La risposta è semplice: sono già dentro l’oceano.
La storia, però, non nasce da Soul. Come abbiamo ricordato durante la puntata, proviene dal bellissimo discorso di David Foster Wallace ai neolaureati del Kenyon College, poi finito in Questa è l’acqua.
Due giovani pesci stanno nuotando. Incontrano un pesce anziano che li saluta e chiede loro com’è l’acqua. Dopo aver proseguito per un po’, uno dei due domanda all’altro: «Che cavolo è l’acqua?»
La metafora è perfetta per il discorso che stavamo facendo.
Quando siamo immersi in un percorso, spesso smettiamo di accorgerci di ciò che quel percorso ci sta dando.
Vediamo il disco. Il concerto. Controlliamo il numero di ascolti. Cerchiamo il traguardo.
Non vediamo le persone incontrate lungo il percorso, le competenze che abbiamo imparato, le occasioni che non avevamo previsto, la disciplina che abbiamo costruito, le volte in cui abbiamo fatto qualcosa che pensavamo di non essere capaci di fare, né l’ambiente culturale di cui facciamo parte.
Non vediamo nemmeno la persona che siamo diventati mentre cercavamo di arrivare da qualche parte.
Quando e come la musica ti restituisce qualcosa
Dal mio punto di vista, la musica mi ha restituito e mi restituisce tantissime cose.
Ci sono le relazioni, gli scambi e i consigli di ascolti. C’è l’autostima che nasce dalla disciplina. Ci sono le occasioni inattese, i luoghi, le persone che incontriamo sopra il palco. Ci sono cose che impariamo a fare soltanto perché abbiamo deciso di suonare uno strumento o di scrivere una canzone.
E c’è una cosa impossibile misurare: la sensazione di essere vivi mentre facciamo qualcosa che ci piace davvero.
Per Midèn, la musica è soprattutto questo: un modo per comunicare e per ispirare.
«È uno di quei tanti aspetti dell’arte che ci fa sentire vivi, che ci fa sentire in qualche modo felici di poter comunicare con gli altri.»
La sua scelta di fare musica nasce dalla passione, ma non si esaurisce nella passione. Perché anche la passione, se trasformata continuamente in prestazione e competizione, può diventare una fonte di sofferenza ed infelicità.
Ma la felicità è più importante.
La felicità come percorso

Non c’è niente di male nel voler fare un disco, suonare davanti a centinaia di persone, avere un pubblico, vivere di musica o vedere il proprio lavoro riconosciuto. Nell’avere insomma delle ambizioni.
Il problema nasce quando cominciamo a pensare che saremo felici dopo.
Dopo il disco. il concerto. Il successo, il prossimo traguardo.
Perché, se la felicità viene sempre spostata un po’ più avanti, rischiamo di passare la vita a correre senza accorgerci di dove siamo.
E forse è proprio per questo che continuiamo a fare musica anche quando non bastano tempo, soldi ed energie. Perché la musica non ci dà soltanto un traguardo da raggiungere.
Diventa nutrimento della nostra vita.
E infine la domanda nel mese, a cui puoi rispondere nei commenti qui sotto.
Quando facciamo qualcosa che ci appaga, che sia suonare, scrivere o disegnare, quanto spesso ci rendiamo conto di essere felici?
Bibliografia
Wallace D. F., Questa è l’acqua, Einaudi, Torino, 2009.




